Poemetto del 1991

 

Nella misurata e volutamente distratta atmosfera di queste poesie, si disegna, a metà tra il consapevole e l’involontario, il ritratto dell’autore. Un ritratto affettuoso e arrabbiato, serio e scherzoso, immerso in quell’incubo grottesco che è la nostra quotidianità. Emerge, dal filo in fuga di questi versi, una considerazione disincantata e tenera della vita e dei suoi misteri, oggetti, luoghi, abitudini, convenzioni. E si ricompone una dispersa storia domestica, tra relazioni, vicende sentimentali, pratiche, mansioni, ruoli; ad essa si contrappone l’altra Storia, quella con la maiuscola, “il riflesso di qualcosa che non vedi”. Questo universo ci è ormai familiare: esploso e frammentario, fatto di asfalto e neon, lamiere e manifesti strappati, invaso dagli esorcismi delle segreterie telefoniche, perennemente illuminato dal bagliore livido e guizzante dei teleschermi, simulacri tecnologici e lunari. Circondata da immagini onnivore e ottuse e da “epidemie di desideri”, la parola, disperata e beffarda, può confessare solo una irriverente ed elusiva nostalgia di se stessa. Ma forse è proprio grazie a questa nostalgia, affogata in un mare di altre parole inutili e pubblicitarie, di altre inafferrabili e vacue rivelazioni che è possibile attraversare l’insieme delle cose.

Letture di Francesco Tadini da L’insieme delle cose