Oreste Pivetta su Emilio Tadini – L’Unità

Emilio Tadini, colore di tenebra Celine, Faulkner e la sua Milano girata in bicicletta: ritratto dell’artista scomparso

di Oreste Pivetta

Segue dalla prima Il cinema del romanzo esisteva fino a pochi anni fa, a Milano, all’angolo di via Porpora, verso Lambrate prendendo da piazzale Loreto. Adesso è una banca. Tadini bambino, come il bambino del suo romanzo, amava i film e le loro fantasie. Raggiungeva la sala tagliando in diagonale la strada, dalla casa dove viveva dal 1942 e dove ha sempre lavorato, in via Jommelli, strada di bassi edifici, in «stile». Nell’interrato della palazzina teneva lo studio, dove accatastava tele e libri. Lo guardavo dipingere i suo i omini persi nei cieli blu di una metropoli tra case scomposte senza equilibrio, pendenti come la torre, ma opprimenti. Mi mostrava alcuni segreti, ad esempio come stemperare il colore con il pollice, fino a sfumarlo nel chiaro. E raccontava di oggi, di letteratura o di politica, di Milano, dove era nato settantacinque anni fa, nel 1927, del sindaco in carica e del governo Berlusconi, della nostra sinistra, di Brera, dell’Accademia (di cui era stato presidente), del Piccolo Teatro (che difese dagli attacchi di certa destra), della Scala, delle strade lì attorno che riusciva a vedere belle «n aturalmente» spiegava. Corso Buenos Aires, ad esempio, che va da piazzale Loreto a Porta Venezia, Porta Orientale, la nostra piccola casbah di ristoranti Asmara, di cucina indiana, della prima immigrazione, città ottocentesca di un calore irripetibile, dove nelle traverse compaiono macellerie arabe e sopravvivono ferramenta e falegnami. Tadini era un milanese ciclista: attraversava la città alla velocità giusta per misurare le distanze, per dare il giusto valore ai chilometri e alle ore (leggi tutto)