Viaggio in Italia: Tadini alla Galleria Giò Marconi

Inaugura il 3 febbraio alle ore 18 presso la Galleria Giò Marconi, in via Tadino 20 a Milano una mostra di Emilio Tadini su opere anni 70 sul tema Viaggio in Italia. Si tratta di una delle prime esposizioni ed iniziative che caratterizzeranno questo 2022 in cui ricorre il ventennale dalla morte dell’artista avvenuta il 24 settembre del 2002.

Giò Marconi, figlio del gallerista storico di Emilio Tadini, Giorgio Marconi, rinnova l’appuntamento con questo artista storico della galleria dopo una mostra già dedicata al ciclo anni 70 svoltasi lo scorso anno in fondazione “Davanti agli occhi, dietro lo sguardo” , durante la quale è nato anche il progetto per un libro a cura di Francesco Guzzetti dopo una visita all’archivio, presso la Casa Museo Spazio Tadini, in via Jommelli 24 a Milano, dove dono conservati alcuni scatti fotografici dell’artista. Nelle immagini sono raffigurati alcuni oggetti iconici della sua pittura come le poltrone, i pennelli, le composizioni di alcune nature morte e via così suggerendo una riflessione sul metodo, sull’analisi del paesaggio, sulla ricerca della composizione e della relazione con l’oggetto quotidiano nella poetica di Emilio Tadini.

L’inaugurazione della mostra che apre il 3 febbraio sarà anche l’occasione per presentare il libro di Guzzetti con Fondazione Marconi.

Nella mostra Viaggio in Italia, questi oggetti iconici della pittura dell’artista sono ben visibili. Raccontano l’attenzione di Tadini verso la relazione tra l’uomo e l’oggetto e la loro simbologia.

Dal quaderno 4 del Centro studi e Archivio della Comunicazione dell’Università di Parma 1984 : “Emilio Tadini” (Archivio Emilio Tadini).

A Pagina 41 scrive Emilio Tadini:

Ci sopravvivono, le cose. La materia di cui è fatto il nostro corpo è più vulnerabile, più fragile, più effimera. Così le cose, nel dipinto, sembra che restino indietro, ferme. A volte è come se allungassimo le mani senza poterle toccare. Non è anche ogni natura morta archeologia? Oggetto di una scienza del passato, delle cose dipinte. Simbolo silenzioso di un’esistenza respinta ormai verso il bordo dell’incomprensibile? Le cose quotidiane, dipinte in una natura morta, non sembrano alzare la loro minuscola mole ai limiti del tragico? E allora può darsi che il sacro e il terribile riescano a stare insieme – attraendosi, respingendosi – in una tazza, in un vasetto, in una mela. Che carica di Energia smisurata!…Il valore. Il tragico. Da un fuoco all’altro oscillano le figure. Anche le figure semplicissime delle cose quotidiane. Lentamente a quei fuochi si consumano”.

Natura morta di Emilio Tadini

Come si evince da queste riflessioni dell’artista le cose, i frammenti archeologici che costituiscono il paesaggio dei dipinti Viaggio in Italia sono, in qualche misura un’espressione del tempo, del limite, della caducità del vivere, della ricerca di fermare il tempo, di portare al presente il passato attraverso elementi archeologici di conservazione ed esaltazione del valore storico e bello delle cose andate.

L’oggetto diventa esso stesso spazio e tempo. Nelle tele di Tadini si confondono spazi e tempi, tutto si mescola, come in un sogno, nella dimensione più o meno conscia dell’essere e dell’esistere.

Nel quaderno degli appunti anni 70 Tadini annota alcune riflessioni su alcuni concetti che voleva esprimere nei suoi dipinti (dall’Archivio Emilio Tadini):

Tema del ritorno ma nel presente, la costituzione di una dimensione oggettiva “naturale – interiore” una specie di scenografia per una cosmogonia per un sistema naturale. Paesaggi come luoghi di una riconquista, di una possibilità di totalità. (Anabasi e il De Rerum Natura). Problema non di “artificializzare” la Natura, ma di inglobare in una “naturalità” i nostri oggetti, di dar loro una “significatività naturale”. Elementi naturali (ghiaccio n.d.r.) con oggetti (rubinetti, per esempio)”.

In pratica per Emilio Tadini in Viaggio in Italia non c’è il senso della scoperta del paesaggio Naturale e della storia, ma soprattutto il ritrovamento, in quel paesaggio, dell’uomo stesso. Così fu, per esempio il viaggio di Goethe citato nel dipinto di Tadini Viaggio in Italia riportato all’inizio dell’articolo (per quel dipinto Tadini si è ispirato a un disegno di Tischbein che ritrae Goethe a Roma affacciato alla finestra). Lo scrittore in Italia non scoprì la storia e i luoghi della cultura, ma, come lui stesso affermò, soprattutto se stesso.

Tadini in pratica ci suggerisce che in realtà nessuno potrebbe cercare se stesso senza un’interazione con il mondo e gli oggetti sono parte significativa del nostro paesaggio.

La responsabile dell’archivio Emilio Tadini, Melina Scalise, organizza visite guidate alla mostra presso la galleria Giò Marconi su prenotazione (archivioemiliotadini@gmail.com)

Melina Scalise, responsabile archivio Emilio Tadini

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Il pittore del parto letto da Melina Scalise

L’opera di Emilio Tadini Il pittore del parto e le donne fecondanti è un lavoro straordinario che propone una serie di letture sul femminile e sull’arte. Melina Scalise, psicologa e studiosa di Tadini, vi propone una lettura simbolica di quest’opera svelando una serie di corrispondenze con l’affresco La madonna del parto di Piero della Francesca e considerazioni sul rapporto tra l’umano e il sacro con riferimenti alla religione cattolica, all’induismo e all’arte africana.

Trovate in questi due video una sintesi della conferenza.

La deposizione

Per il Palinsesto I talenti delle donne del Comune di Milano e con il patrocinio del Municipio 3, Giovedì 11 giugno alle ore 21, on line diretta su pagina Facebook Spazio Tadini – Casa Museo, potrete assistere ad una presentazione del testo teatrale La Deposizione scritto da Emilio Tadini nel 1997 edito da Einaudi e andato in scena al Franco Parenti per la regia di Rith Shammah interpretato da Anna Nogara. La presentazione sarà visibile sulla pagina Facebook in diretta.

Il testo teatrale è il monologo di una donna accusata di aver ucciso sette uomini di cui non sono stati rinvenuti i cadaveri. E’ un testo altamente simbolico e che lancia alcune riflessioni sulla condizione della donna nella società.

Una donna in bilico tra l’essere santa e essere meretrice, una donna sempre sottoposta a giudizio, sempre in scena, oggetto del peccato e madre santa.

L’analisi sarà svolta da Melina Scalise studiosa del pensiero di Tadini e psicologa.

EMILIO TADINI 1967-1972 Davanti agli occhi, dietro lo sguardo

Dal 27 marzo al 28 giugno Fondazione Marconi dedica a Emilio Tadini una grande mostra sui cicli anni 1967-1972.

Davanti agli occhi, dietro lo sguardo, è la terza mostra dedicata all’artista e intellettuale milanese Emilio Tadini. Dopo Emilio Tadini 1960-1985. L’occhio della pittura del 2007 e Emilio Tadini 1985-1997. I profughi, i filosofi, la città, la notte del 2012, questo nuovo progetto espositivo pone l’attenzione sugli esordi della produzione artistica di Tadini, dal 1967 al 1972, ovvero dal primo ciclo Vita di Voltaire, che segna la nascita del suo linguaggio pittorico, fino ad Archeologia.Considerato uno tra i personaggi più originali del dibattito culturale del secondo dopoguerra italiano, fin dagli anni Sessanta Emilio Tadini sviluppa la propria pittura per grandi cicli, popolati da un clima surreale in cui confluiscono elementi letterari, onirici, personaggi e oggetti quotidiani, spesso frammentari, dove le leggi di spazio e tempo e quelle della gravità sono totalmente annullate.Le opere di Tadini nascono da un clima emotivo, da un flusso mentale “in qualche zona semibuia della coscienza” dove le immagini emergono in un procedimento freudiano di relazioni e associazioni e dove le situazioni “reali” che il pittore raffigura sono immerse nell’atmosfera allucinata del sogno, in un clima surrealista-metafisico. Questo processo automatico si sviluppa, più che sulla prima immagine del quadro, sulla serie: da un’immagine ne scaturiscono altre, modificandola e alterandola.Ogni volta l’artista produce un racconto, tanto che la sua pittura cresce a cicli, come una serie di romanzi a puntate.
La lettura delle sue opere richiede strumenti di natura concettuale, le immagini apparentemente semplici e immediate, nascondono molteplici significati (“tutto accade davanti ai nostri occhi… il pensiero si ripara… dietro lo sguardo”), non mancano i riferimenti al Surrealismo e alla Metafisica di de Chirico, come anche alla psicanalisi di Lacan e Freud.
Tadini domina con singolare capacità due tipi di linguaggi, il visivo e il letterario, lavorare per cicli lega anche la sua pittura alla cultura letteraria e in particolare alla pratica della scrittura, di cui è maestro. Il suo lavoro è dunque luogo di convergenza di linguaggi differenti. Tra il 1967 e il 1972 l’attività pittorica dell’artista è particolarmente prolifica e va delinandosi la sua modalità operativa e stilistica.
Punto di partenza è la pop art: le prime due grandi serie di opere per cui Tadini concepisce un linguaggio pop sono la Vita di Voltaire, del 1967, e L’uomo dell’organizzazione, dell’anno successivo. Seguono, nell’ordine, Color & Co. (1969), Circuito chiuso (1970), Viaggio in Italia (1971), Paesaggio di Malevi? e Archeologia (1972).Non sono tuttavia le aggressive manifestazioni tipiche del pop americano a interessarlo, bensì le varianti più introspettive e personali, a volte intellettuali, politiche e critiche, del pop britannico. Un occhio particolare è rivolto all’arte di Kitaj, Blake, Hockney e Allen Jones ma anche a Francis Bacon e Patrick Caufield, alla Figuration narrative di Adami, Arroyo e Télémaque. Sarà questa una fase di passaggio che l’artista abbandonerà negli anni Ottanta, destinata comunque a lasciare un segno indelebile nei suoi lavori successivi.Accanto ai quadri, la mostra presenta una selezione di disegni e opere grafiche a testimonianza del fatto che Tadini ha sempre affiancato nei suoi “racconti per immagini” tela e carta, pittura e disegno.


Obiettivo finale del progetto espositivo Emilio Tadini 1967-1972 è riportare “alla luce” il lavoro grafico e pittorico del maestro milanese per ricostruire la figura di un artista totale (pittore, disegnatore, intellettuale, scrittore e poeta) colto e profondo, anche alla luce del particolare rapporto con Giorgio Marconi, gallerista, collezionista e soprattutto amico di Tadini.
“L’incontro con Marconi è stato importante, mi ha dato una grande fiducia di potere fare questo lavoro di pittore professionalmente”, racconta lo stesso Tadini. “E subito dopo, lavorando, viene fuori la prima grande serie che è quella della ‘Vita di Voltaire’, dove si vede l’influenza della Metafisica, si alleggerisce la materia pittorica, uso fondi chiari monocromi e comincia un po’ la storia della mia pittura. A questo punto c’è ormai questa come attività professionale, tanto che io sospendo il lavoro letterario: prendo appunti, per me, come se volessi autorizzare davanti a me stesso una scelta.” (A.C. Quintavalle, Emilio Tadini, Fabbri Editori, 1994) .

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Profughi di Emilio Tadini

Dal 27 febbraio al 20 aprile la mostra di Emilio Tadini Profughi presso la Casa Museo Spazio Tadini ex atelier dell’artista in via Niccolò Jommelli, 24 Milano (www.spaziotadini.com).

Erano gli anni ‘80/’90 quando Emilio Tadini realizzò una serie di opere pittoriche dedicate ai profughi. Tadini raccontava l’Uomo e, in quella serie, evidenziava quanto l’essere profugo sia insito nella condizione dell’Uomo. Per Tadini la gestione del cambiamento e della perdita è un processo che tutti nella vita devono elaborare a cominciare dalla nascita con il distacco dal corpo materno, con l’esperienza della Distanza (Emilio Tadini, Rizzoli 1998).

L’esperienza dell’Uomo è senza tempo e senza patria: un’eterna ricerca della condizione migliore e fanno parte di questa ricerca il viaggio, il sogno, l’amore. Dalla fine degli anni Ottanta fino ai primi del 90 Tadini elabora un profonda riflessione sull’essere profughi che lo portano a realizzare a seguire il ciclo Oltremare (ispirate ad Ulisse) e le Fiabe, partendo da La fiaba de niente. Inoltre scrisse nel 1993 il celebre romanzo La tempesta il cui protagonista è Prospero, un uomo colpito dalle vicissitudini della vita che si trincea nella sua casa per opporsi allo sfratto.

Nel periodo in cui realizzo il ciclo Profughi, Emilio Tadini fu molto colpito dai grandi cambiamenti politici e sociali. Nel 1989, anno della caduta del muro di Berlino, realizzò un ciclo di trittici ispirati a Max Beckmann. Per Tadini la storia si ripeteva. Rivedeva in quei cambiamenti sociali che poi portarono anche alla guerra in Jugoslavia, i tempi della guerra quando era bambino e frequentava il ginnasio e trascorreva più tempo nel rifugio che in aula. In particolare gli rimase impresso nella memoria il rischio che corse suo padre quando, da fervente cattolico qual era, si inginocchiò a pregare davanti a dei morti in Piazzale Loreto, tra cui c’era una insegnante. Lui, orfano di madre da quando aveva 6 anni, in quel momento colse quanto l’ideale di un uomo possa prevalicare sul tutto e stravolgere la vita degli altri.

In quella Milano di lutti e di bombardamenti metteva radici in Tadini la voglia di ricostruzione e la fame di giustizia e di benessere che poi appartenne a tutta la generazione del dopoguerra.

Nella serie Profughi i personaggi di Tadini sono persone che come pacchi si muovono in spazi in assenza di gravità con dei cartellini attaccati addosso. Uomini ed oggetti, insieme, sono in uno spazio aereo e privo di gravità. Non c’è territorio di appartenenza c’è solo il viaggio. Un percorso da fare insieme alle cose, quelle che per Tadini rimangono oltre l’uomo a significare ciò che c’era. Presenze e assenze. Nature morte che parlano di noi e raccontano storie di vita terrena. A volte sono fardelli da cui non riusciamo a separarci e ci sono pesci sugli alberi a ricordarci lo stravolgimento dei luoghi e l’atto estremo di sopravvivenza e di non rinuncia alla vita.

La collettiva Profughi:

l’Umanità in viaggio nell’era globale

Gli artisti esposti sono 69 su più di 100 partecipanti. Saranno in mostra pitture, sculture, fotografie e video inediti. I visitatori avranno stimoli di riflessione e approfondimenti sul tema anche con incontri e visite guidate rivolte anche alle scuole.

(clicca e vedi gli artisti in mostra)